6 Aprile 2009

di Alessandra Facelli

Non riuscivo a staccare gli occhi da quel viso.
Più provavo a distogliere lo sguardo, più cercavo di pensare a qualcos’altro, più mi sforzavo di trovare la forza per uscire da quella stanza… più rimanevo lì immobile, a qualche passo dal letto. Era come se quel volto, così fresco e pulito, avesse il potere di ipnotizzarmi. I suoi occhi si mossero all’improvviso, rapidi, senza aprirsi, e le palpebre ebbero un lieve fremito: ogni tanto le accadeva, era un comunissimo riflesso incondizionato procurato dal coma. Mi augurai che stesse sognando.

“Ancora qui?”

La voce alle mie spalle mi colse di sorpresa e non potei fare a meno di sobbalzare. Simone, avvolto nel suo camice bianco che da poco aveva l’onore di indossare e che fra poco avrei portato anch’io, mi si affiancò e si mise a sua volta ad osservare la ragazza, in silenzio. Probabilmente si aspettava che dicessi qualcosa, ma io ormai ero stata risucchiata in un mutismo tanto oscuro quanto rassicurante. Sperai che se ne andasse, che mi lasciasse ancora per un po’ sola con i miei pensieri.
“Chi è?”, mi domandò però Simone, ma con una delicatezza tale che non riuscii proprio a provare stizza.
“Non lo so.”
Simone si voltò a guardarmi confuso e io risposi al suo sguardo con un abbozzo di sorriso, che però non mi riuscì particolarmente bene.
“L’hanno trovata questa mattina sepolta sotto un cumulo di macerie, in una casa nella periferia dell’Aquila.”, iniziai allora a spiegargli, guardandolo dritto in quegli incredibili occhi verdi, seducenti e distaccati al tempo stesso. “Una parte del pavimento del piano superiore le è crollato addosso, procurandole un trauma cranico. Quando l’hanno trovata era più morta che viva, ma l’hanno trasportata qui d’urgenza ed è stata operata. Poi le hanno indotto un coma farmacologico.” Riportai lo sguardo ai lunghi capelli scuri della ragazza, ancora impiastricciati in alcuni punti di sangue e polvere.
“Addosso le hanno trovato soltanto un iPod e, a causa del caos dilagante, finora nessuno ha ancora potuto fare delle ricerche per capire chi sia. L’unica cosa certa è che era una musicista; e talentuosa, per giunta.”
A Simone, però, continuava a sfuggire un particolare.
“E tu cosa c’entri con lei?”
“Io l’ho trovata.”, gli confessai allora. “Ero nella squadra di volontari che stava cercando superstiti in quella zona. Era più viva che morta…”
Simone annuì, ma nonostante fosse evidente che avrebbe voluto saperne di più, ebbe il buon gusto di non chiedermi altro. E io lo apprezzai: non avevo ancora smaltito del tutto la tensione, la paura e lo stress di quella mattina, e non volevo assolutamente che tornassero a galla.
“Dovresti essere fiera di te stessa: hai salvato questa ragazza.”, mi disse Simone, appoggiandomi una mano sulla spalla e apprestandosi ad andarsene. “Hai fatto un ottimo lavoro.”
“Grazie.”
Lo osservai uscire dalla stanza, con la testa china e la schiena appena curva, atteggiamento che assumeva sempre quando era pensieroso o sotto stress.
“Ah, Serena”, mi richiamò, una attimo prima di richiudere la porta. “Non stare qui ancora a lungo. Hai fatto un ottimo lavoro, ma hai bisogno di riposare. E restare qui potrebbe solo incrementare i tuoi rimorsi per colpe di cui non sei responsabile.”
Poi uscì dalla stanza chiudendo silenziosamente la porta, mentre la mia attenzione veniva nuovamente catturata dalla ragazza senza nome. All’improvviso sentii un senso di impotenza e di rabbia crescermi dentro. Simone aveva ragione nel dire che non era stata colpa mia se quella ragazza stava lottando contro la morte, ma io ce l’avevo comunque con me stessa: non gli avevo detto, infatti, che la casa in cui era stata trovata era quasi adiacente alla mia. Non gli avevo detto che di tanto in tanto le note malinconiche e armoniose di un violoncello mi giungevano fino alle orecchie nel tardo pomeriggio.
Non gli avevo detto che non sapevo il nome di quella ragazza benché fosse la mia vicina di casa. E il rimorso che Simone mi aveva letto negli occhi non era dovuto al fatto che mi sentivo responsabile per quello che le era accaduto: mi sentivo in colpa perché quella ragazza rappresentava per me tutti coloro che mi stavano vicini e che avevo ignorato, presa com’ero dalla mia vita.

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