Il danno del multiculturalismo

di Alessandro Brizzi

È ormai frequente sentir parlare di multiculturalismo, nonostante spesso lo si confonda con il melting pot, il calderone etnico, ovvero l’incontro e la fusione di più culture, anche radicalmente diverse tra loro. In realtà questi due modelli sono considerati differenti da molti, se non addirittura opposti: il multiculturalismo si oppone all’integrazione, in quanto all’interno di una società l’individuo o la comunità ricreano l’ambiente culturale proprio del loro gruppo etnico, senza subire influenze o tentare in qualche modo di cambiare il macrocosmo in cui sono inseriti.
Nel multiculturalismo, dunque, coesistono – come tuttora accade – varie culture, che però si mantengono distanti l’una dall’altra e conservano ognuna determinati diritti che, in realtà, sono più privilegi concessi dallo Stato che norme egualitarie e finalizzate all’integrazione. Un tempo, quando tali comunità erano emarginate dalla cultura dominante, si parlava di ghetti; oggi, invece, poiché sostanzialmente non c’è alcun tentativo di contatto delle due parti (si pensi alla China Town di Pisa), si suole più correttamente definire una società del genere “multiculturale”.
Il melting pot è, invece, un modello monoculturale: nella società che ne è caratterizzata, infatti, le differenze culturali sono abbattute e superate nel cosiddetto “crogiuolo”, termine terribile quanto esplicativo. Non vi è stata integrazione, né assimilazione: i valori delle varie comunità si sono incontrati, fronteggiati ed infine disordinatamente accatastati in un unico cumulo, che rappresenta la “nuova cultura”; dai ghetti delle città sono fuoriusciti gli immigrati, fino a quel momento confinati ed auto-confinatisi, che sono riusciti finalmente ad occupare posizioni prima precluse nella società: nel caso di New York, per esempio, si può ora constatare come, nonostante tutte le discriminazioni attualmente subite da alcuni gruppi etnici, almeno afroamericani ed Italiani abbiano raggiunto i vertici del potere economico e politico.
Ma tutto ciò è accaduto nell’America settentrionale, terra la cui identità culturale è stata distrutta e mai più rimpiazzata nei pochi secoli di dominio di avventurieri, briganti, galeotti, politicanti e puritani inglesi. Quella che ora è rivendicata orgogliosamente dagli Americani come cultura è un insieme più o meno eterogeneo di credenze, usi, valori che, a qualunque europeo, asiatico o africano, possono far ridere per il modo in cui sono stati distorti, depauperati ed inscritti nel costume degli Stati Uniti. Sia che si consideri il melting pot come causa di un’unica cultura frammentata o invece della completa assenza di questa, cioè come un esperimento sociale finalizzato a produrre un popolo senza cultura, è in ogni caso evidente quali sarebbero gli effetti di un fenomeno simile sull’Europa.
Si dirà allora che il modello preferibile è quello del multiculturalismo, poiché preserva le radici culturali delle singole etnie, che sì entrano in contatto, ma non si modificano né migliorano in funzione di questo rapporto. Tuttavia è errato pensarla così: infatti, qualora il multiculturalismo comunque presenti una o più culture “dominanti” – si potrebbe definire “oligoculturalismo” – innanzitutto è snaturato, in secondo luogo corrisponde ad un’accoglienza senza integrazione, all’insegna del razzismo cosiddetto “differenzialista”, proprio della Lega Nord, finalizzato al mantenimento dei valori e, ovviamente, all’inaccessibilità della cultura di un popolo ad altre etnie.
Tuttavia trovo che ci sia un altro motivo per rifiutare il multiculturalismo in Europa: per la natura di questi flussi migratori, causati dalle guerre, dalla povertà e dall’impossibilità di vivere in determinati paesi, la differenza tra multiculturalismo e crogiolo etnico non è qualitativa, come è stata finora, ma quantitativa. Ovvero, più semplicemente: da uno si passa inevitabilmente all’altro. Dalla distanza, dalla segregazione, dal “buon ghetto” dell’ipocrita sogno multiculturale, si passa alla felice e colorata mistione del melting pot per il semplice fatto che prima o poi, giustamente, le culture di un incredibile numero di immigrati che non si sono integrati influenzano quella della nazione accogliente. In America ciò è stato possibile ed immediato proprio perché, come si è già detto, non esisteva alcuna cultura da rimpiazzare o integrare; nella storia dell’Europa, invece, questi fenomeni – intesi come la coesistenza quasi sullo stesso livello di più culture – sono stati circoscritti ad alcune città, spesso portuali, con risultati straordinari dal punto di vista sociale, economico ed architettonico.
Se però flussi migratori così ingenti interessano così tante città e non si sceglie immediatamente la strada dell’integrazione (insegnamento della lingua, della Costituzione e delle leggi ed immediato inserimento nel sistema scolastico, così da formare cittadini migliori degli Italiani stessi) sarà solo una cultura a perderci. Ci si potrebbe chiedere quale sia la differenza tra questa concezione e tra il razzismo “differenzialista” di cui sopra: ebbene, sia chiaro che definire razzismo la paura di perdere la propria identità è un’operazione demagogica. Esso, infatti, sussiste solo quando si vuole che una cultura sia saldamente legata ad un’etnia, definita e connotata da essa – tra l’altro, pensiero non troppo difforme dall’ottica multiculturale.
Quindi è meglio evitare di accettare acriticamente fenomeni del genere, ma cercare di capire quanto l’immigrazione, da sempre, sia in realtà sintomo di enormi disagi, se non dell’impossibilità di vivere, in alcuni paesi, ricordando che gran parte di questi problemi sono causati dal neocolonialismo e dall’imperialismo. È dunque dovere di ogni paese europeo scegliere la via dell’accoglienza attraverso l’integrazione, non il multiculturalismo, un modo come un altro per uniformare nella diversità le culture, unici fattori positivi di differenziazione dei popoli e delle nazioni.

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