Lettera di uno studente al Ministro dell’Istruzione

di Alessandro Brizzi

Gentile Ministro,

Non è opportuno che sia io, uno studente di sedici anni, a farle i complimenti per la sua nomina: lascio quest’onore alla classe politica che, fino a poco tempo fa, si è preoccupata di demolire il sistema scolastico ed universitario italiano, compreso l’ateneo che lei stesso presiedeva, e che è tuttora il più grande ostacolo al cambiamento della scuola italiana.
Tuttavia, dato che lei ha affermato che partirà dagli studenti e dai ricercatori e che bisogna parlare con loro, ascoltare le loro aspirazioni e che cosa si aspettano dal futuro, voglio cogliere immediatamente questo invito con una speranza rinata: dopo tre anni di richieste inascoltate, di lotte anche radicali per le proprie rivendicazioni, completamente ignorate dal precedente Governo, che ha anche represso ed osteggiato qualunque iniziativa propositiva o manifestazione di dissenso da parte del mondo studentesco, un invito al dialogo diretto con le categorie maggiormente penalizzate dalla riforma è un passo avanti incredibile.
Le chiedo dunque una netta dissociazione dalle politiche del precedente ministro e, soprattutto, dagli interessi che le caratterizzavano. Innanzitutto è assolutamente necessario che alla valorizzazione del merito venga anteposta la centralità del diritto allo studio: prima ancora di premiare chi ha già determinate capacità ed ergerlo sugli altri, non è forse meglio concentrarsi sull’efficacia del percorso di formazione rivolto a tutti, ed educare con l’obiettivo di rendere il sapere veramente accessibile? La vera vittoria degli insegnanti è garantire un’istruzione adeguata ad ognuno dei propri studenti, ma a loro deve essere reso possibile insegnare con mezzi adeguati al loro ruolo, e ciò è unicamente compito del Ministero che ora le è affidato.
Oltre a questa grande responsabilità, che comporta un’intera rivalutazione delle priorità economiche dell’Italia – dato che i fondi per l’istruzione non possono spuntare dal nulla –, le chiedo di attuare una vera riforma della scuola secondaria, che si basi non sulla restaurazione del vecchio ordinamento, ma sulla valorizzazione della scuola pubblica. Che cosa significa? A parte i problemi che possono essere direttamente risolti attraverso l’aumento della spesa pubblica in questo campo, ve ne sono altri che possono definirsi “strutturali”.
In primo luogo, bisogna rilanciare l’importanza degli istituti tecnici e professionali e fare in modo che non siano solo un luogo in cui si formano i futuri “laboratores”, in contrapposizione al liceo da cui invece proviene la futura classe dirigente. Non deve essere una scelta compiuta da adolescenti che influenza la propria vita, limita le prospettive e distingue la società in classi rigidamente separate; non è giusto che in Italia, allo stato attuale, l’università sia ancora preclusa a gran parte dei giovani non solo per una questione economica, ma per il fatto che si è rinunciato ad affidare una funzione soprattutto propedeutica alla scuola secondaria.
Con questo non voglio affermare che scegliere uno specifico corso di studi non debba avere alcuna conseguenza sulla facilità dell’accesso al mondo del lavoro, perché deve essere sempre chiaro che chi frequenta un istituto tecnico o professionale deve acquisire certe competenze che, agli studenti dei licei, non sono trasmesse – e viceversa –, ma tutti devono avere a disposizione gli strumenti per formare la propria capacità critica e potersi veramente dire cittadini italiani al raggiungimento della maggiore età. Non possono esistere diverse classi di Italiani, non è possibile che la capacità di pensare ed informarsi non sia la priorità delle scuole di ogni ordine e grado.
È facile parlare di questi temi, però, si dirà, ma qual è la soluzione? Sicuramente, bisogna riorganizzare il monte ore di alcune tipologie di scuole (per esempio ripristinare l’insegnamento del diritto), ripristinare l’autonomia scolastica e, soprattutto, porre la scuola come centro della formazione individuale e quindi ridare spazio alle attività extra-scolastiche che, come in altri paesi, rendono il proprio istituto un punto di riferimento per svariate attività, che variano da quelle sportive a quelle artistiche. È poi necessario che gli studenti abbiano a disposizione uno spazio settimanale in cui possano informarsi e discutere su temi di attualità, che spesso, ma non sempre, è garantito dai singoli insegnanti durante le proprie ore di lezione.
Per risolvere i problemi dell’edilizia scolastica, inoltre, è bene che le segnalazioni, oltre che essere fatte dagli organismi competenti, possano provenire direttamente dagli studenti attraverso la consulta provinciale. A questo proposito, le assemblee studentesche delle singole scuole dovrebbero potersi coordinare con più efficacia a livello locale e nazionale ed avere la possibilità di dialogare direttamente con il ministro, non attraverso organi attualmente inutili come il Consiglio Nazionale dei Presidenti delle Consulte o, per gli atenei, il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, che sono spesso egemonizzati da una componente reazionaria e poco aperta al cambiamento e si riuniscono rallentate da inutili procedure burocratiche.

Non vogliamo affidare a rappresentanti dei rappresentanti la nostra iniziativa propositiva! Le assemblee studentesche devono essere caratterizzate da una democrazia più diretta, per così dire “giovane”, non da meccanismi simili a quelli fallimentari del Parlamento.

Le chiedo dunque questo, Ministro: so che non è cosa da poco, ma l’istruzione stessa non lo è, e grandi problemi non si risolvono con piccoli interventi. Noi studenti non saremo aperti alla discussione di fronte alla continuazione di politiche che non riformano la scuola, bensì la demoliscono, ma per il cambiamento positivo ci siamo e saremo sempre.

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