This Must Be The Place

di Federica Messina

 Paolo Sorrentino riesce ancora a dare prova del fatto che noi italiani non siamo capaci solo di fare commedie d’amore o cinepanettoni ambientati in località famose; siamo anche in grado di fare film di una certa qualità. Mi riferisco a This must be the place, uscito nelle sale il 14 ottobre e applaudito al Festival di Cannes.
All’inizio del film seguiamo brevemente la vita di Cheyenne, rockstar ebrea “in pensione” che continua tuttavia a truccarsi e vestirsi come se dovesse tornare sul palco da un momento all’altro. Eppure la vita di una rockstar non è affatto facile come sembra: Cheyenne risente del peso delle sue azioni passate, quando cantava ancora canzoni di amore e morte e i suoi giovani fans lo adoravano, prendendo alla lettera ogni sua frase. Nella lussuosa villa a Dublino tutto scorre lentamente in un susseguirsi monotono di quotidianità, fino alla morte del padre di Cheyenne.
Scappato di casa quando era molto giovane, Cheyenne non intratteneva rapporti con lui da molti anni, ma decide di tornare a New York e partecipare ai funerali. Lì viene in possesso dei diari appartenuti al padre nel quale vi è raccontata una vita passata alla ricerca di un ufficiale nazista rifugiatosi negli Stati Uniti.
Inizia così, contro ogni logica, l’improbabile viaggio di Cheyenne attraverso l’America in cerca del criminale nazista, forse troppo vecchio per essere ancora in vita, forse troppo stanco per ricordarsi un episodio accaduto mezzo secolo prima. Questo, però, per Cheyenne potrebbe essere solo il pretesto per intraprendere un viaggio alla scoperta di sé stesso o per sfuggire alla banalità della sua vita.
Un film a tratti drammatico che affronta temi come l’Olocausto, i rapporti tra genitori e figli e la maturità. Il film di Sorrentino si potrebbe quindi definire di formazione: assistiamo al cambiamento di Cheyenne, alla sua trasformazione da uomo infantile ad adulto responsabile grazie alle persone incontrate durante il suo viaggio e alle nuove esperienze vissute.
La musica ci prende, ci incanta; il viaggio di quella vecchia rockstar potrebbe benissimo essere il nostro, perchè Cheyenne, nonostante l’abbigliamento gothic, è simile a noi. Così ci lasciamo prendere dal film, ridiamo alle battutine involontarie di Cheyenne e alle sue espressioni, ammiriamo le meravigliose riprese dei paesaggi. L’uomo cresce e noi con lui. È indubbiamente un personaggio indimenticabile con la sua camminata ciondolante, il rossetto rosso sulle labbra e i modi lenti e goffi; si lascia alle spalle il passato degno di una rockstar, pieno di droghe e problemi, ma riesce a stupire noi spettatori con delle ingenue uscite. Cheyenne è così, bambino annoiato nel corpo di un cinquantenne interpreato a meraviglia da Sean Penn, che si toglie giacca e cravatta da The tree of life per indossare giacca di pelle e stivali alti.
This must be the place è un film piacevole, tenero e drammatico. E alla fine del viaggio, quando facciamo ritorno a casa dalla sala del cinema, non facciamo nemmeno in tempo a comprendere gli avvenimenti susseguitisi nel film che già ci accorgiamo che qualcosa è cambiato.

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