Sette Miliardi

di Marianna Bonifacio

Il 31 ottobre 2011, secondo le rilevazioni delle Nazioni Unite, la popolazione mondiale ha raggiunto quota sette miliardi. Si tratta di un numero estremamente difficile da immaginare: basti pensare che, se voleste contare fino a sette miliardi, dicendo un numero al secondo, impieghereste più di duecento anni.
La crescita demografica, a partire dal 1800 – anno in cui si raggiunse il primo miliardo – ha subito un’impressionante accelerazione: in poco più di un secolo la popolazione mondiale è raddoppiata, e le sono bastati altri ottant’anni per diventare cinque volte più numerosa. Si stima che gli esseri umani saranno circa nove miliardi nel 2050; tuttavia, secondo le previsioni, da quel momento in avanti, l’aumento demografico si arresterà, sotituito probabilmente dal fenomeno contrario. In particolare, subirà un forte calo la popolazione dei paesi occidentali industrializzati: nel 2050, gli abitanti di Europa, Stati Uniti e Canada costituiranno il 12% della popolazione mondiale, la metà rispetto al 1800. La situazione sarà analoga nei paesi dell’Asia meridionale: il Giappone avrà un’altissima percentuale di anziani; la Cina si troverà in una situazione di forte squilibrio tra popolazione maschile e femminile, dal momento che molte famiglie, influenzate dalla politica del figlio unico, hanno preferito abortire le figlie femmine in attesa di un erede maschio.
Nei paesi cosiddetti “sottosviluppati”, al contrario, la fertilità rimarrà a livelli piuttosto alti: secondo i dati riportati dalla Banca Mondiale, l’intera crescita dell’umanità da qui al 2050 dipenderà dai 24 Paesi più arretrati. Appare dunque chiaro, che, per ridurre le nascite in modo efficace, è necessario, piuttosto che mettere in atto controverse politiche di sterilizzazione ed aborto forzato, garantire alla popolazione un buon livello di istruzione e condizioni di vita soddisfacenti: donne istruite, emancipate ed economicamente indipendenti tendono infatti a preferire un minor numero di gravidanze. Nello Stato indiano del Kerala, ad esempio, è bastato investire sull’istruzione femminile per ridurre il tasso di fertilità all’1,7%.
Nel 1798, l’economista e demografo Robert Malthus enunciò la sua pessimistica legge: la popolazione cresce più rapidamente delle risorse alimentari, finché la situazione non viene stabilizzata dall’arrivo di guerre, epidemie o carestie che riducono l’impatto della popolazione sull’ambiente. Quasi due secoli dopo, l’ambientalista Paul Ehrlich rincarò la dose con il saggio “The Population Bomb”, in cui profetizzò un’imminente crisi alimentare che avrebbe colpito l’intero pianeta. Gli studiosi contemporanei, tuttavia, tendono a dissociarsi da tali teorie, come sottolinea Gianni Riotta in un articolo su “La Stampa”: “I problemi della Generazione 7 miliardi non sono di numero. Sono sociali, energetici, militari.” Tale posizione è condivisa dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, che ha lanciato la campagna “7 billion people, 7 billion actions”, in cui, a partire da sette questioni fondamentali – povertà e disuguaglianza, donne, giovani, sicurezza nella riproduzione, ambiente, invecchiamento, urbanizzazione – si invitano aziende, ONG o semplici utenti della rete ad esprimere il proprio personale parere al riguardo. Si tratta, effettivamente, di problemi complicati e pressanti: arginare la diffusione di criminalità e disagio sociale nelle enormi periferie–ghetto delle megalopoli orientali, che accoglieranno la maggior parte delle nuove generazioni; garantire a tali generazioni un futuro dignitoso; diffondere la pratica dell’utilizzo di contraccettivi nelle aree più arretrate e prolifiche del pianeta; ridurre drasticamente l’impatto ambientale degli impianti produttivi, investendo nell’innovazione nel campo dell’agricoltura e nella ricerca sull’energia rinnovabile.
In un articolo dell’autorevole rivista specializzata “Science”, la questione è considerata da un peculiare punto di vista. L’affermazione degli ambientalisti che “il destino dell’umanità dipende da quello della vita intorno a noi” è definito “discutibile”, in quanto “gli umani sono perfettamente capaci di adattarsi a vivere in miseria, senza aria pulita, senza acqua pulita, senza uccelli che cantano tra gli alberi”. La sostenibilità, dunque, si pone come “una questione morale, e non come un imperativo concreto”. D’altra parte, l’articolo sottolinea che l’83% della biosfera terrestre è influenzato dall’uomo, che le coltivazioni coprono circa il 12% delle terre emerse, che un terzo dell’acqua dolce è destinato all’uso umano e che, se tutti gli uomini vivessero nelle condizioni di agiatezza di cui gode una piccola parte della popolazione, sarebbero necessarie le risorse di quattro pianeti messi insieme. Si tratta dunque, conclude l’articolo, di una sfida per l’umanità a riesaminare il proprio modello di sviluppo.

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