L’imprescrittibile diritto di non leggere

di Marianna Bonifacio

Io ho sempre amato la lettura. Ricordo con piacere ed una certa inevitabile nostalgia di aver trascorso, libera da compiti ed impegni, “interi pomeriggi con le orecchie in fiamme e i capelli ritti in testa china su un libro, dimenticando tutto il resto del mondo intorno a me, senza più accorgermi di aver fame o freddo”, per citare uno dei miei romanzi preferiti, “La Storia Infinita”. Divoravo libri di ogni genere, senza alcun criterio, senza alcun pregiudizio, animata semplicemente dal desiderio di partecipare ancora una volta a quella magia, di trascorrere un altro di quei pomeriggi. Leggere, per me, rappresentava e rappresenta tuttora una delle massime espressioni della libertà; purtoppo, però, tale libertà mi è stata negata, in quello che peraltro dovrebbe costituire un “luogo di formazione mediante lo sviluppo della coscienza critica”, nel momento in cui la lettura che tanto incondizionatamente amavo mi è stata “spiegata” edimposta, e successivamente è stata sottoposta a verifica e valutazione. Sono stata privata dell’unica possibilità che mi restava di riposare realmente, nell’animo e nel corpo, in modo completo e costruttivo; mi è stato negato quello che, secondo Daniel Pennac, è il primo imprescrittibile diritto del lettore: il diritto di non leggere.

Carissimi insegnanti, con tutta la buona volontà e con tutto il rispetto che vi porto, non riesco proprio a comprendere in che modo, privandoci del piacere della lettura – perché come si può provare piacere nel leggere un libro che non si è scelto, che va terminato in un certo periodo di tempo, del cui autore è necessario imparare la data di nascita e di morte, che verrà infine “valutato”? – sperate di avvicinarci ad essa. Non soltanto, per nove lunghi mesi, rimane a malapena il tempo per leggere altro che i libri imposti come “compito”; anche durante le vacanze estive siamo costretti ad anteporre al nostro personale piacere la lettura, con relativi riassunto e commento, di cinque o sei romanzi. Ovviamente, mi rendo conto che non tutti gli studenti sono naturalmente portati alla lettura, e che è compito degli insegnanti permettere loro di comprenderla ed apprezzarla; ma perché, invece di renderla una prepotente coercizione, invece di trascinarla con la forza nell’ambito del “profitto” e del “rendimento”, a cui non può appartenere, non ne approfittate per creare nella scuola quello che alla scuola manca, ovvero uno spazio di discussione libero, che renda l’ambiente scolastico veramente degno di essere definito “una comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale”? Perché non lasciare allo studente la possibilità di scegliere chi e che cosa leggere, con limiti il più possibile ampi, esercitando il proprio ruolo di guida esclusivamente nell’offrire spunti di riflessione e suggerire possibili chiavi di lettura, in modo da dare inizio ad un percorso che lo porterà ad apprezzare la letteratura ed i classici? Forse, se deste alla lettura l’importanza che merita, sperimentando metodi nuovi, come quello – documentato da Pennac – della lettura ad alta voce in classe, riuscireste a farcela amare realmente. Limitandovi ad imporci mensilmente un romanzo, sarà tanto se non ce la renderete odiosa.

D’altro canto, anche riuscendo a farci ingoiare di malavoglia quelle duecento, trecento pagine alla volta, che cosa pensate di ottenere? Come sperate di migliorare la nostra capacità di giudizio o di sviluppare la nostra coscienza critica, se, nella scuola, non ci viene offerta alcuna occasione per fare uso né dell’uno, né dell’altra? Se veniamo abituati a trascurare il contenuto delle nozioni che impariamo? Se non abbiamo nessuna occasione di riflettere e discutere non solo su ciò che stiamo studiando, ma perfino sulla situazione in cui noi ed il mondo ci troviamo in questo momento? Io trovo sbagliato che, in un liceo, non ci sia un momento da dedicare all’attualità: dopotutto, per che cosa possono esserci utili le opere dei grandi autori del passato, a che cosa ci può servire lo studio della storia, se non ad interpretare e comprendere gli eventi a noi contemporanei? Una mia amica, che frequenta il linguistico in un altro istituto, mi ha raccontato che la sua insegnante di italiano riserva due ore del mese alla lettura dei giornali, con relativa discussione nella classe, senza alcuna valutazione. Nella nostra scuola è possibile fare qualcosa di simile nell’ora di religione; perché, dunque, non estendere questa possibilità a tutti gli studenti?

Questa mancanza, in ogni caso, non può essere imputata esclusivamente agli insegnanti che, spesso, non hanno il tempo materiale per prendere questo tipo di iniziative: si tratta di una colpa del Ministero dell’Istruzione il quale dimostra di ritenere che il dialogo e la discussione costruttiva siano sacrificabili in una scuola che, di fatto, non ci prepara ad altro che ad un “mercato del lavoro” in cui la merce saremo noi lavoratori. È dunque nostro compito – e mi rivolgo all’intera comunità scolastica – dimostrare che non è così.

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