CUORI DI CERA, puntata 1: Figli del Fango

di Silvia Chiarle

Il freddo si incolla ai mattoni di pietra, forma un arazzo di nebbia nella stanza invasa dagli strilli della partoriente. La levatrice non la incoraggia, si siede a cavalcioni su quel ventre che cerca di espellere due gemelli, fissa il volto della donna urlante. Si chiama Silvia, ma al suo nome se ne va accostando un altro: Rea, “la colpevole”. Non c’è pietà per una vestale che ha rotto il voto di castità con un soldato di cui non sapeva quasi nulla: di certo sarà uccisa e i suoi bambini esposti. La levatrice sente la pelle del ventre afflosciarsi e mentre Rea spande tutto il suo fiato in un ultimo profondo respiro, un primo neonato lancia il suo ululato alla terra che presto lo riavvolgerà.

 

 La prigione era una struttura strana: una grande tenda tesa in un angolo della città, una tenda che copriva tante gabbie di legno sovrapposte, a cui si accedeva tramite scale di legno secco, di corda spelata. L’uomo congedò la scorta sulla soglia e imboccò una delle scale a pioli. Non doveva avere più di trent’anni, il viso era stato scolpito nell’ossidiana più affilata. Forse era il suo volto, più ancora del mantello rosso, a denunciare la sua carica di re. Salita la scala, si ritrovò su un piccolo pianerottolo, che niente era se non il coperchio della gabbia sottostante. Davanti e accanto a lui, nient’altro che celle invase da paglia sparsa ed escrementi. Una sentinella stava montando di guardia in quell’area e alla vista del re, piegò il braccio destro, portando il pugno sul cuore. Il re non ci badò e gli fece cenno di aprire la cella di sinistra. Malgrado le gabbie fossero delimitate da semplici sbarre che permettevano di osservare il circondario, l’ospite di quella cella non si curava dell’esterno. Il re entrò e si sedette davanti al detenuto. Lo chiamò per nome: “Larth?”. Quello continuava a studiarsi le dita dei piedi. Era coetaneo dell’altro, i suoi occhi un tempo erano vivaci e intenti, ma ora balenavano solo della luce dell’indifferenza simulata. Mascella squadrata, denti storti, capelli come stoppie, stridevano con la sontuosa tunica blu e il collare di argento che portava. Sollevò la testa con la lentezza di un attore consumato. “Mio beneamato re, per quale motivo ti sei scomodato a farmi visita?”. “Ci sono molti criminali qui dentro: ladri, assassini, ma nessun empio. Soltanto tu. Perché? La tua colpevolezza è evidente, il popolo ti vuole morto, e io ti ucciderò, ma voglio sapere perché l’hai fatto. Raccontami la storia”. Larth scoprì la chiostra di denti accavallati. “La mia storia non ha senso se non c’è Iro a completarla. Tant’è vero che non conosco nemmeno così a fondo lei, che pure mi ha spinto all’empietà”
“Non parlare così di lei. Ora è la dea, è Ecate, ha smesso di essere Iro”
“Faresti un ultimo favore a condannato?”
“Sentiamo”
“Raccontiamoci la storia. Tu, io ed Iro. Ditemi cosa vi ha spinto ad agire e allora la mia empietà si innesterà su qualcosa che ha senso, forse. Qualcosa che non ho potuto capire”.

 

Il re fece chiamare Iro. La dea arrivò fasciata in una tunica nera, fermata sulla spalla da una rozza spilla. Il contorno degli occhi era segnato da una polvere scura e sulla testa indossava un cerchio di bronzo arrugginito, da cui partivano dei raggi ondulati, anch’essi di bronzo. I capelli, d’un corvino spento, scendevano lungo le spalle e la schiena come rivoli di un torrente di tenebra. Ignorò la mano che il re le porgeva, ascoltò senza emozioni il motivo per cui era stata convocata. Le sue pupille percorsero le figure dei due uomini e si macchiarono di disprezzo. “Crato” disse, rivolta al re, il quale fremette al sentire pronunciare il suo vecchio nome, “perché dovrei accontentare chi mi ha tradito? Lui è già sangue impastato di polvere. Non voglio ascoltarlo e non voglio parlargli”. Re Crato si alzò in piedi e cercò di trattenerla, come si fa con una moglie testarda da trattare con gentilezza.

 

“Non posso negarglielo, mia signora Ecate. Gli altri dei potrebbero dispiacersi se non rispetto l’ultimo desiderio di un condannato. E poi voglio conoscere la sua storia dal principio, voglio sapere perché ha commesso empietà verso di te”.

La donna abbassò lo sguardo sul pavimento, sembrò volerlo attraversare, oppure nascondere i suoi pensieri sotto la paglia sporca del giaciglio di Larth.

 

“Lo chiedo a Iro come favore” insistette Crato. Lei si voltò e lo bruciò con gli occhi. “Crato non può chiedere nulla a Iro”
“Allora è Romolo a ordinarglielo”.

 

Iro ed Ecate si affrontarono nella mente di lei, la donna e la dea, il dolore passato e la rabbia presente. Infine, si decise a sedersi sul duro legno della gabbia, con la stizza di una sovrana costretta a cenare fra contadini.

 

Larth stirò le labbra in un secondo sorriso. Il suo parlare era faticoso, come se l’aria premesse nella gola per uscire tutta in un colpo. Cercava di stemperare il nervosismo con il linguaggio forbito e l’atteggiamento istrionico: il risultato era una marionetta di fragile tela, manovrata dalla mano affusolata della paura. “Permettetemi di iniziare. Scusatemi se racconto di pensieri semplici. Nel mio racconto non ci sono ideali, come forse nemmeno nel vostro. Ci sono solo greggi di pecore, lavori sfibranti, e una terra che per me è stata solo pascolo e orto. La mia unica religione è stata la superstizione per molto tempo, i miei incubi la fame e la miseria. Il glorioso ritmo di marcia che accompagna la mia storia sono i latrati del mio stomaco straziato”.

 

 

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