Precious

di Viola Torre

“Mi chiamo Clarisse Precious Jones, mi piacerebbe avere un fidanzato bianco con dei bei capelli. Vorrei stare sulla copertina di una rivista, ma prima voglio avere un video mio sul canale BET. Mamma dice che non so ballare e in più mi dice: “che sarebbe vedere il tuo grande culo in tutte le maniere?” Mi piace la matematica, non dico niente, nemmeno apro il libro, mi siedo da sola, tutti i giorni mi dico qualcosa accadrà, mi libererò o qualcuno lo farà per me. Sarò normale, mi siederò al primo banco e starò a sentire. Un giorno.”
Così inizia il film “Precious”, prodotto dall’onnipresente Oprah Winfrey e vincitore di due premi Oscar. La storia della protagonista può indurre a pensare ad un eccesso inverosimile di calamità: obesa, sola, quasi totalmente analfabeta, cresciuta ad Harlem, una madre allo sbando che la odia, un padre che ne abusa sessualmente, due gravidanze indesiderate in sedici anni di vita, un barcollante sussidio a garantire la sopravvivenza, una scuola che subisce passivamente.
Eppure Precious non è né inverosimile né sovrabbondante. E’ una figura il cui viso duro e la cui capacità di conservare sempre un’ inattaccabile dignità interiore lasciano il segno. Procede pesante per strade in degrado, silenziosa tranne che con se stessa: la sua voce off si impone e racconta con una spontaneità a tratti disarmante i suoi stati d’animo, le aspirazioni, i pensieri più intimi. In quei momenti, la vita quotidiana di Precious in tutto il suo grigiore lascia d’improvviso spazio a momenti da sogno che la ritraggono sfavillante in un video musicale o una passerella di un festival cinematografico in cui sempre lei si concede generosamente ai flash dei fotografi; naviga in questi attimi di evasione, di rifugio intimo da una realtà così cruda e fredda, salvo poi risvegliarsi bruscamente dal sogno per una brutale irruzione della vita reale.
Precious appare fin dall’inizio consapevole di sé e della sua condizione di vittima imprigionata. Subisce le angherie di madre e padre senza mai trasformarle in colpe proprie. Ha soltanto bisogno dell’aiuto materiale e del sostegno di qualcuno per intraprendere la propria strada. Lo strumento dell’istruzione – messo a disposizione dalla classica insegnante tenace – e l’amore per i figli assumono in questo processo un ruolo fondamentale per aiutarla ad uscire dalla gabbia familiare e sociale in cui si trova.
Ho amato questo film per la lucidità e la schiettezza con cui si pone al pubblico. Trattare con rigore ed equilibrio una materia così scivolosa è operazione ad alto rischio. Riuscire ad essere persino convincenti è cosa ancora più difficile. Il film ci riesce quasi sempre, evitando di scadere nel banale, anche quando potrebbe sembrar ruotare attorno a stereotipi e topoi già visti fino allo sfinimento. Precious non è un’eroina, non pretende di esserlo. La sua non è la classica figura del povero che fa del bene o che capovolge la sua situazione con un’improvvisa presa di coscienza e forza di volontà. Affronta però la durezza degli accadimenti con una consapevolezza di sé e una speranza incredibili, mitigandola con il suo sguardo poetico e disincantato.
E’ proprio questo sguardo che la rende così viva e reale, lo stesso che, secondo me, non fa di questo film una semplice denuncia, ma qualcosa di più:
“Dedicato a tutte le Precious del mondo” recita l’inciso dell’inquadratura finale.
Credo che questa dedica non sia indirizzata solo a coloro che vivono nelle stesse condizioni della protagonista, ma a tutte le donne che, come Precious, sono consapevoli di se e della loro forza, e sanno sentirsi in qualche modo preziose.

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