la T-generation

di Giuliana Cassia

No, non è una nuova corrente letteraria, non sono i successori di Allen Ginsberg e Jack Kerouac, i leader della Beat Generation, quel gruppo di scrittori che alla fine degli anni ’50 criticavano nelle loro opere la politica del governo statunitense. Tuttavia anche questo movimento, se lo si può definire così, contesta le iniziative del governo e lo stato di cose, in un certo senso è il risveglio del dissenso giovanile (e non solo) e dell’insofferenza verso un mondo che sembra non accorgersi più dell’importanza e delle difficoltà che incontrano i più deboli, che in questo periodo sono come sempre e più di prima studenti, lavoratori dipendenti, operai e immigrati.
Infatti la t-generation non è limitata al solo movimento studentesco, è un metodo pacifico che si sta estendendo a macchia d’olio in tutti i settori e in tutte le città in questo periodo di recessione che il Bel Paese sta attraversando.
Ma che cos’è? E’ la generazione dei tetti, quella generazione che ha ormai come ultima e unica risorsa per far vedere che esiste ancora e che non accetta di essere ignorata e calpestata il salire sui tetti. Tetti importanti come quelli dei monumenti simbolo o quelli delle università o quelle gru, che anche se non sono tetti il significato non cambia. I suoi obiettivi non sono stati del tutto raggiunti, in quanto se da un lato i media hanno dato più visibilità rispetto a flash mob e sit in con foto, servizi e articoli, dall’altro non ha ottenuto nessun cambiamento effettivo, almeno quella universitaria. La protesta alternativa era cominciata nel febbraio scorso con l’occupazione del carcere abbandonato dell’isola dell’Asinara da parte di un gruppo di cassintegrati che aveva pensato, per farsi notare, di chiamarsi “L’Isola dei Cassintegrati”appunto, ispirandosi a un seguito reality della RAI. Inizialmente aveva fatto scalpore, ma dopo essersi chiusi là dentro e passato il primo fuoco sono stati dimenticati come molti altri prima e dopo di loro. Il salire sul tetto ha fatto crescere l’attenzione verso questi problemi come aveva fatto “L’Isola”, chissà quando verrà dimenticata la foto della Mole Antonelliana nella copertina della Stampa del 26 novembre 2010.
E’ un modo più o meno consapevole di minacciare il gesto estremo, il gesto dal quale non si può tornare indietro, il fatidico “buttarsi giù”.
Ma perché si è giunti a questo punto? Quando non si viene ascoltati, quando si viene ignorati, quando non è rimasta più neanche la libertà di partecipazione, si prova a salire più in alto, a far notare la propria esistenza e il proprio dissenso da lassù.
La libertà, diceva il grandissimo Giorgio Gaber, non è star sopra un albero, ma ora sembra essere diventata star sopra un tetto.

The spotted hawk swoops by and accuses me, he complains of my gab and my loitering.
I too am not a bit tamed, I too am untranslatable,
I sound my barbaric YAWP over the roofs of the world.
( Walt Whitman, Leaves of Grass)

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