Intervista a Matteo Quarantelli

di Filippo Ascolani

Dopo un anno intero di sproloqui sportivi è arrivata l’ ora di affidarci a una persona competente: il signor Matteo Quarantelli.Prima di iniziare vorrei ringraziarla per averci concesso di intervistarla, signor Quarantelli.
Lei é un ricercatore presso una facoltà di Scienze Motorie di una Università telematica. Ma si occupa anche di sport agonistico, mi corregga se sbaglio….
Ha colto nel segno. Sono infatti ricercatore presso l’Università Telematica San Raffaele Roma per l’area disciplinare M-EDF 01 cioè Metodi e didattiche delle attività motorie. Debbo ricordare però anche la collaborazione con un’altra importante Istituzione Universitaria la SUISM di Torino (Scuola Universitaria Interfacoltà Scienze Motorie).Ho avuto ed ho attualmente l’opportunità di svolgere sperimentazione sul “campo”, occupandomi di attività sportiva agonistica (tennistavolo).
Prima di tutto cosa é un’ università telematica?
E’ una istituzione che si occupa di istruzione e formazione successiva alla Scuola Secondaria Superiore. Che eroga la propria offerta formativa con attività didattiche in modalità e learning cioè senza tradizionali lezioni di aula. O meglio che favorisce un differente accesso all’aula attraverso una piattaforma internet che ospita lezioni videoregistrate che possono essere frequentate in qualsiasi orario.Naturalmente per la parte di attività degli insegnamenti cosiddetti professionalizzanti si integra la didattica a distanza con moduli (come dire workshop) in presenza presso l’impianto sportivo che ci ospita.E’ una soluzione che facilita l’iscrizione all’università di tante persone impegnate con attività lavorative e che non possono frequentare con gli orari e le scadenze dell’Università tradizionale. E’ una scelta comunque assai impegnativa poiché in realtà si sposta il tempo della frequenza e delle lezioni in orari differenti della giornata. E quindi bisogna essere particolarmente motivati.Certo ci si deve “spostare” fisicamente solo per gli esami (che si svolgono in presenza naturalmente) e per i workshop di attività motoria. E questa può essere una bella opportunità che in molte altre realtà (soprattutto nordamericane) è ampiamente diffusa.
L’intento prioritario non è quindi guadagnare dei clienti, come dire a tutti i costi, ma esprimere dei servizi formativi che per esempio una istituzione come SUISM eroga assai seriamente con modalità “più tradizionali” e assai qualitative.
Ma questo tipo di insegnamento e´disponibile solo per questa facoltà o anche per altre?
In italia vi sono diversi Atenei che hanno scelto questa strada e propongono un ampio ventaglio di proposte ma San Raffaele è l’unica ad avere una Facoltà di Scieneze Motorie e Sportive. Oltre al Corso di laurea in Scienze delle Attività Motorie e Sportive (classe L22) della Facoltà di Scienze Motorie, vengono proposti un Corso di laurea in Moda e Design Industriale (Classe L4) afferente alla facoltà di Architettura e Design Industriale ed un corso di laurea in Scienze dell’Alimentazione e Gastronomia (classe L26) afferente alla facoltà di Agraria.

Passando alla sua carriera di allenatore, quale é il suo compito, secondo la sua opinione, e il suo ruolo nell’ educazione dei giovani?
L’allenatore è senz’altro un buon “tecnico” cioè conoscitore esperto di attività motorie e sportive (specifiche alla propria attività), un comunicatore accorto, un attento osservatore, un capace organizzatore; è un metodico ricercatore.Infatti credo che la Ricerca sia lo strumento che l’allenatore utilizza (o dovrebbe utilizzare) più frequentemente.Infatti avendo quale obiettivo non solo il risultato ma anche e soprattutto “l’abilitazione” delle persone, cioè l’acquisizione stabile di comportamenti motori (le abilità sportive, ad esempio), deve procedere in modo simile a quanto farebbe un ricercatore. Ogni volta infatti che pensa di dover sollecitare un cambiamento (in termini di apprendimento e allenamento di abilità) individua una procedura assai simile a quella del metodo scientifico. Ipotizza infatti che l’utilizzo di una certa esercitazione possa produrre dei comportamenti motori ben definiti in una ben definita situazione. Poi dopo aver proposto tale esercitazione, va a verificare l’ipotesi, cioè analizza se si sono verificati i comportamenti ipotizzati e se la persona impegnata li ha svolti con efficienza ed efficacia.Ed anche la prestazione ed il risultato sportivo sono oggetto di indagine sempre più raffinata grazie all’aiuto della tecnologia (che favorisce ad esempio la video analisi).Indubbiamente veste anche “i panni dell’educatore” e non solo con i giovani: diversamente non potrebbe essere poiché chi quotidianamente “conduce”, “accompagna” le persone in un percorso sportivo o di altro genere, stabilisce una relazione, prende a cuore la crescita di coloro i quali gli vengono affidati. E sa bene che può o deve farlo con continuità e di persona: è un po’ come un genitore che ascolta, accompagna, stimola i propri figli, tutti i giorni. Trovandone l’ascolto (proprio come accade in famiglia) quando è possibile.Gli allenatori che impegnano poche ore a settimana debbono essere molto fortunati: sia perché per “abilitare” ci vuole tempo ed impegno, sia perché nelle ore in cui si rende disponibile bisogna che i propri atleti lo siano altrettanto. E quanto più ci si avvicina allo sport professionale, tanto questo aspetto appare importante.
Quali pensa debbano essere i valori di un atleta e del suo allenatore?
I valori esprimono qualche cosa che “vale”, ha valore per la persona, come ci suggerisce un grande studioso dell’etica dello sport, Pasquale Bellotti. Debbono quindi favorire la crescita della persona, delle sue lecite prestazioni. Come per altre attività umane lo sport dovrebbe favorire la ricerca della migliore prestazione possibile quale espressione di una persona che cerca di migliorarsi. Questo aspetto senz’altro può accomunare l’atleta e l’allenatore, anche egli impegnato a sviluppare una propria prestazione. Così come il rispetto della persona e dell’ambiente rappresentano qualcosa che”vale”. E che è ben lontana dall’idea di sopraffazione che a volte una deteriore espressione sportiva genera.Infine mi corre l’obbligo di sottolineare che per migliorarsi, per rispettare se stesso e gli altri, bisogna impegnarsi ed applicarsi. Come dire “che non basta volerlo”.
E quale é la sua opinione verso l’ agonismo e la competizione che ormai hanno assunto un aspetto negativo?
La prova, il confronto nell’agone sono rappresentazioni di tanti altri momenti che la vita impone all’uomo: non possono mancare e rappresentano di per sé un importante traguardo. Infatti ci consentono di confrontarci, di riconoscere un valore alle nostre prestazioni; debbono però essere oggetto “di apprendimento ed allenamento”. Altrimenti si sviluppano “casualmente” e possono favorire uno sviluppo incoerente.Debbo dire anche che ciò appare più visibile (e che ci appare negativo) è lo sport dei professionisti di quelle poche attività sportive che hanno un largo consumo attraverso i Media. Ed anche in questo caso non tutto è negativo, anzi. Bisogna poi ricordare che la maggior parte delle attività di confronto sportivo (che purtroppo non riusciamo a conoscere) sono ben diverse e assai positive.Qual è il problema quindi? L’aspetto negativo dello sport cui possiamo accedere più facilmente? Oppure la nostra possibilità di visione attraverso l’imbuto dei Media?
E riguardo al doping nella realtà giovanile?
Laddove esiste nasce da una cultura distorta della prestazione umana: per la quale qualunque “integrazione” più o meno lecita può favorire non solo il miglioramento “artificiale” di una prestazione ma anche il raggiungimento di un risultato.Ed è presente nello sport come, ahinoi, in tante altre attività umane. In cui si cerca la scorciatoia rispetto alla “strada maestra”.Non è solo un problema di “arrivismo” cioè di bisogno di arrivare a tutti i costi; ma anche di sana “crassa” ignoranza.Ad esempio oggi molti praticanti (sportivi e non) sono convinti della necessità di dover integrare la propria alimentazione con “integratori” di vario genere. Che spesso sono indicati laddove vi siano patologiche ipofunzionalità. E forse sono non idonei in caso di uno stato più o meno importante di affaticamento. E’ bene ricordare che vi sono evidenze scientifiche del fatto che la capacità di movimento dell’uomo, cento anni or sono, si esprimeva in una quantità di lavoro (esercizio, attività fisica) cento volte superiore a quella di una persona che oggi conduce una “normale” vita di relazione.La riflessione quindi potrebbe essere che la persona del 2010 ha scoperto dei limiti che nascono dalle comodità della propria attuale esistenza, certamente meno stimolata dall’impegno fisico del lavoro e degli spostamenti. Un homo sapiens sempre meno movens.

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