Che fine ha fatto Haiti?

di Giulia Sciurti

Che fine ha fatto Haiti? Quella terra distrutta, piegata, spezzata. Quelle vite derise dalla natura per la loro sfuggente fragilità. Quegli occhi che colpivano allo stomaco.Dimenticata. Come tutte le notizie che cavalcavano l’onda dei media.Ma Haiti, come anche le altre, non è una notizia e basta. Non è un sms da un euro e basta. Non è un pomeriggio con Barbara D’Urso e basta. Haiti è una realtà drammatica che esisteva prima del terremoto, che ha continuato ad esistere anche dopo.Ma la natura umana non è fatta per impegnarsi nella coscienza di un problema. Non siamo capaci, a parte poche ammirevoli eccezioni, a preoccuparci per qualcosa che non ci riguarda o che non riguarda la cerchia di persone che conosciamo. Preferiamo mettere a tacere la coscienza perché il pensiero a volte ci pone di fronte delle domande intense a tal punto da infastidirci. E così, chiedersi dove sono finiti gli abitanti di Port au Prince, finisce per sollevare un’altra questione: come abbiamo fatto a dimenticarci di loro?E’ stato a dir poco doloroso svolgere una ricerca tramite Internet e scoprire che i giornalisti che ancora si preoccupano e scrivono sulla situazione si possono contare sulle dita di una mano.Ed è ancora più doloroso pensare a come magari molti di voi fuggiranno quest’articolo poiché trattante una notizia già letta, già sentita, già vista.Ma nella mia opinione la notizia, purché vera e significativa, non è mai morta, non finché il problema che tratta rimane aperto.Cercando del materiale mi sono imbattuta in alcuni articoli e ho provato disperatamente a trovare un minimo segno di miglioramento in ciò che perlomeno concerne la ricostruzione degli edifici pubblici più importanti e delle case. Quello che ho trovato, tuttavia, non mi è servito affatto come consolazione.Il numero di sfollati, al ventuno di settembre, permaneva a un milione e duecentomila persone. Non vi sono lavori in corso e non ve ne saranno, a quanto pare fino ai giorni seguenti il ventotto di novembre, data in cui si terranno le elezioni. A quel punto spetterà al nuovo capo dello Stato prendere delle decisioni.Proseguendo con la lettura del materiale raccolto, poche righe che ho letto mi hanno fatto ripensare a quante volte, mediamente, mi lamento in prima persona o ascolto persone che si lamentano a proposito dei bagni a scuola. Troppa coda, niente sapone, niente carta igienica. Terribile? Dipende dai punti di vista.Ora come ora, gli abitanti di Haiti sono costretti a riversarsi in rifugi d’emergenza (emergency shelters) e sono quasi privi di servizi igienici, se così può essere chiamata quell’unica latrina ogni cento persone.Ma dove sono le voci dei telegiornali? Dov’è finita la commozione della gente?Spazzate via dagli ultimi gossip del momento o da altre notizie che verranno usate e poi gettate perché fuori tendenza.E intanto chi pensa a queste persone? Quasi nessuno.Scrivo quasi perché per fortuna, ricercando ho trovato anche delle iniziative organizzate da gente comune che, leggendole, scaldano il cuore.Ho trovato un sito in particolare in cui sono descritte le “gesta” di questo buffo gruppo di piccoli grandi eroi. Non si tratta infatti di soccorritori o di grandi associazioni filantropiche, bensì di un gruppo di anziani iscritti all’associazione “Viva gli anziani!”.Questi generosi signori, parecchio tempo prima rispetto alla tragedia, e più precisamente nel 2003, hanno deciso di adottare a distanza una folta comunità di anziani abitanti di Port au Prince. Ma fin qui molti potrebbero pensare alla solita iniziativa per liberarsi la coscienza dal peso di non far nulla per il mondo.

Tuttavia, quando i membri di “Viva gli anziani!” hanno appreso che, in seguito al terremoto, gran parte delle costruzioni che ospitavano gli anziani haitiani erano state distrutte, si sono fatti carico dell’intera situazione di questa povera gente.Per spiegare il tutto chiaramente, basta dire che questo gruppo di nostri connazionali ha, come primo gesto, acquistato a distanza tutte le tende da campo sufficienti ad accogliere i coetanei stranieri. In seguito e in un relativamente breve tempo, ha provveduto a finanziare la costruzione di case dove questi potessero vivere, che hanno come unica differenza rispetto alle prime degli impianti igienici meglio funzionanti e una progettazione che segua i criteri antisismici.Leggendo di ciò che hanno fatto, che è comunque una goccia in mezzo all’oceano, ho pensato a quanto di più avrei potuto fare e non ho fatto. Naturalmente anche io, spento il computer, una volta finito di scrivere questo articolo, ritornerò a pensare alla mia vita e non a quelle degli abitanti di Haiti.Ma posso davvero sentirmi a posto con la coscienza?E voi?

 

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