Apologia? No, grazie

di Alessandro Brizzi

Circa un mese fa, il 28 ottobre, si è festeggiato come ogni anno l’anniversario della Marcia su Roma. L’evento si è svolto a Predappio, città natale e luogo di sepoltura di Mussolini, e il paese, per l’occasione, ha schierato nelle vetrine dei negozi ogni sorta di oggetti legati al Duce e al Ventennio. Al sindaco, il quale non comprendeva i motivi di una manifestazione che ricordava uno dei giorni più bui della nostra storia, la vedova di Romano Mussolini ha puntualmente risposto: “Predappio è nota in tutto il mondo perché qui è nato e riposa Benito Mussolini. Grazie a lui arrivano a Predappio circa centomila visitatori all’anno e senza di lui la città morirebbe”.Bene, non sapevo che l’economia di una città dovesse dipendere dalla presenza o meno della tomba di un dittatore; eppure mi pare proprio che, dopo la rimozione della salma di Stalin, l’economia moscovita sia ancora in piedi: quando si dice il caso! A parte le farneticazioni della nuora del Duce, la cui intelligenza probabilmente è stata ereditata dalla degna figlia Alessandra, davanti alle cronache di questa manifestazione sorge spontanea la domanda: che fine ha fatto il fantomatico reato di “apologia del fascismo”? Per la genesi di questa ormai sconosciuta legge bisogna risalire all’entrata in vigore della Costituzione, che nella XII disposizione stabilisce il divieto di “riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. In seguito tale principio è stato ratificato tramite la meno nota legge Scelba, che va oltre: non è solo vietata la ricostituzione, ma addirittura è punito chi “rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito [fascista] o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”, ma anche chi denigra “la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza”.Quindi bisogna chiarire che tale reato, se inteso come “apologhìa” (dal greco, difesa) non esiste, perché altrimenti sarebbe perfettamente identificabile in un reato di opinione: è questo che permette a svariati giornaletti mediocri di circolare liberamente e di diffondere idee revisioniste o, peggio, negazioniste. Anche all’interno della nostra scuola, che si creda o no, vi sono membri di Azione Studentesca che diffondono un periodico chiamato “Bomba Carta” (nome emblematico), che ho avuto la sfortuna di leggere mesi fa. Citando Bobbio a iosa, i sedicenti giornalisti tentavano di convincere il lettore che il periodo dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile 1945 non può essere definito “Guerra di Liberazione”, bensì come una vera e propria guerra civile. Non hanno ben compreso che una guerra civile può anche essere una guerra di liberazione o viceversa: forse nelle loro menti la resistenza al tiranno viene essere condotta da un paese straniero. Con un enorme sforzo filosofico, dunque, sono arrivati alla conclusione che il 25 Aprile è stata una guerra tra Italiani. E io che pensavo che i partigiani fossero soldati dell’Armata Rossa, che ingenuo!Si passa poi all’immancabile idea che le morti non possano essere considerate giuste o sbagliate, che non vi fossero, in quella guerra, una fazione che combatteva per la libertà e una che faceva di tutto per sopprimerla: rendiamo dunque omaggio ai caduti della Repubblica Sociale, e già che ci siamo preferiamoli ai trucidi partigiani, di cui non bisogna scordare le numerose stragi. “La via dell’onore e la via della montagna”, si legge a un certo punto dell’articolo, e questo ci fa riflettere su quanto si possa osare, pur restando nei limiti della legge. In uno Stato in cui viene contestata perfino la legge contro le discriminazioni razziali, si sbandiera continuamente la “libertà di opinione” per legittimare posizioni più o meno lecite. Ma c’è un limite invalicabile anche nell’espressione del proprio pensiero, perché altrimenti qualunque pazzo potrebbe predicare un nuovo Olocausto o incitare alla creazione di un regime dittatoriale: questo confine indefinito tra legale ed illegale è ed è stato evidentemente ignorato più volte, come dimostrano manifestazioni, inneggi al Duce ed episodi di violenza da parte di organizzazioni neofasciste. Ci si domanda, però, come potrebbero esistere queste ultime senza una solida base culturale, una continua opera di proselitismo, indottrinamento e revisionismo menzognero che la legge non può (e non deve) toccare. Che continuino a predicare le loro idee, gli amici fascisti e revisionisti, per quanto ridicole e prive di uno straccio di argomentazione; lo facciano però in silenzio, senza che si lasci loro la possibilità di una benché minima visibilità mediatica: basta con serie televisive come “Il sangue dei vinti”, che mettono in risalto l’opera di storici mediocri e poco accreditati come Giampaolo Pansa. Viva il pluralismo, viva la libertà di espressione, ma che non si accetti che il falso venga teletrasmesso sulla TV di Stato, il cui compito sarebbe quello di portare avanti e dare credito alle verità storiche. Meglio invece evitare i commenti sull’ipotesi di cantare “Giovinezza” al Festival di Sanremo, per porre rimedio all’assenza di “par condicio” che sarebbe sorta nel cantare solo “Bella Ciao”.Prepariamoci tutti, dunque, ai 25 Aprile del futuro, in cui si ricorderanno indiscriminatamente tutti i morti della Resistenza, dal gerarca fascista più sanguinario al partigiano più umile. Piangeremo poi tutti l’atroce e immeritata morte di Mussolini, e infine tutti a cantare “Fischia il vento” e, già che ci siamo, “Faccetta nera”. Se c’è una cosa di cui sono sicuro è che, semmai un giorno il fascismo verrà riconsiderato e la storia riscritta, non sarà certo ad opera di Forza Nuova o degli ultras dello stadio, ma di una società sempre più indulgente nei confronti del Ventennio e di tutto ciò che quel periodo ha rappresentato per l’Italia. Per ora so solo che ha trionfato la Resistenza e spero che, come ogni vincitore che si rispetti, abbia ancora il tempo per difendere a spada tratta la sua versione della storia.

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