Ma che colpa ne hanno i fiori?

di Giulia Sciurti
Non ha importanza quale sia il proprio umore, non è rilevante come sia trascorsa la propria giornata, una delle molte cose che stupiscono di una visita ad un campo di concentramento è proprio il fatto che, comunque ci si senta entrandovi, la tristezza, il buio e il freddo di questi posti sarebbero capaci di far sentire fortunato anche l’uomo più disperato al mondo.
E ci si sente in colpa a ridere.
All’entrata di Buchenwald, si trova una sottospecie di cinema per i visitatori, dove viene trasmesso a ripetizione sempre lo stesso documentario sulla storia del campo. Un documentario che di certo non potrà mai preparare ad un confronto faccia a faccia con il posto dove hanno avuto luogo parte degli orrori consumati in quel periodo.
Faceva freddo quando siamo arrivati. Ma non aveva importanza. Forse il freddo veniva da dentro. Forse scorreva per la schiena. Tutto era surreale.

Stanza dopo stanza. Blocco dopo blocco. Ciò che nel documentario pareva macabra fantasia, a contatto con lo sguardo nudo di gente comune iniziava a prendere una forma inquietantemente reale, ma comunque troppo cattiva, troppo orribile per essere accettata.
Nemmeno osservando con timore i neri forni crematori si riusciva davvero a prendere coscienza di ciò che lì è accaduto davvero. Nemmeno passeggiando tra le macerie delle baracche.
Alcuni turisti ridevano, non si lasciavano smuovere nemmeno dalla grandezza, dall’enormità di quel dolore antico.
Nel bosco che delimita la parte posteriore del campo si trova il cimitero sovietico.  Tra  un albero e l’altro sono piantati dei pali di ferro. Ad ogni palo di ferro corrisponde una fossa comune contenente cinque o sei persone.
Lo sguardo si perde nell’orizzonte arboreo, non riuscendo a scorgere la fine dei pali.

E’ strano pensare che quegli stessi innocui alberi, parecchi anni fa, siano stati testimoni silenziosi ed impotenti della “vita” a Buchenwald.
Si avverte un senso di continuità, di vita che va avanti.
Ed è impossibile capire.
Capire perchè, capire come, capire quanto.
E ci si trova lì. Si potrebbe essere circondati da migliaia di persone, ma comunque soli, sopraffatti dal dolore e dall’incredulità.
E non avendo un capro espiatorio, non avendo e non riuscendo a concepire un colpevole, ce la si prende con i fiori.

Ce la si prende con quei fiori gialli che non dovrebbero crescere lì, che non dovrebbero contribuire al senso di tristezza impossibile, all’essenza surreale di quello sperduto buco nel mezzo di quello sperduto bosco.
Ma , in fondo, che colpa ne hanno i fiori?

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