Quell’inconsueta calma pomeridiana

di Francesca Lendini

In quel pomeriggio afoso il sole rifletteva i suoi raggi sull’acqua creando incredibili giochi di luce che affascinavano quanto accecavano le poche persone rimaste sulla spiaggia quasi fosse il mare stesso a volersi divertire disturbando i pigri bagnanti per non annoiarsi in quell’inconsueta calma pomeridiana.
Poco distante da tanto ozio comune un ragazzo sedeva su un piccolo molo per pescatori quel giorno disabitato poiché nemmeno loro si avventuravano con le loro barche sotto quel sole. Egli sedeva tranquillo facendo scorrere sulla superficie dell’acqua un lungo bastone, suo unico contatto con quel mare placido che sembrava così privo di aspettative da spingerlo ad andarsene da lì, eppure resisteva sperando che la sua fedeltà a quel luogo fosse ricompensata da un cenno di avventura in quel molo isolato. In un certo senso fu così, un luccichio diverso attirò lo sguardo del ragazzo che cercò di avvicinare a se’ quel misterioso oggetto con il bastone; riuscì a portarlo fin sotto il pontile, dove riuscì ad afferrarlo con la mano, lo tirò su e cercò finalmente di vedere cosa aveva preso.
Il vetro liscio della bottiglia sarebbe potuto essere di scarso interesse per chiunque se non avesse lasciato trasparire un foglio di carta al suo interno, una lettera. Non sembrava neanche vero, di solito quelle cose accadevano nei film o nei libri, eppure teneva ancora in mano l’oggetto della sua curiosità e man mano che fissava quella bottiglia sembrava sempre di più che gli chiedesse di aprirla quasi fosse quello stesso pezzo di carta a voler essere letto. Svitò il tappo, e tirò fuori quel foglio ingiallito e umido, in alcune parti l’inchiostro era sbavato ma il contenuto era ancora del tutto leggibile; lo srotolò e iniziò a leggere.
Caro straniero,
io non ti conosco ma se avrai voglia di leggere le parole che ti scrivo ora e di fretta ti racconterò la mia storia. Sono nata in un villaggio di pescatori costruito in riva al mare, un piccolissimo punto in confronto al mio grande paese. Lì ho passato la mia infanzia: non ricordo molto, solo che fu felice; un giorno, verso i miei diciotto anni, arrivò al villaggio un giovanotto con le spalle larghe, gli occhi vivaci e i capelli neri, una leggera peluria iniziava a ricoprire il suo volto. Ricordo che quando lo vidi per la prima volta mi colpirono le sue mani, non so il perché, semplicemente mi piacevano; amava raccontare favole e quando i nostri occhi si incrociarono capii che l’avrei seguito ovunque anche a costo di sfidare il mondo che non conoscevo fuori dal mio piccolo villaggio. Ci innamorammo e andammo a vivere nella sua grande città; vedevo i miei genitori e mia sorella una volta alla settimana poiché il mio villaggio era a pochi minuti di viaggio in macchina dal posto dove ora abitavo. Qualche mese dopo il mio matrimonio rimasi incinta, purtroppo a volte il destino alterna periodi di grande felicità con altri di preoccupazione e tristezza; passarono tre mesi e arrivò la lettera che tutte le donne di quegli anni temevano, mio marito era richiesto all’esercito per tre anni di leva militare. Partì il giorno stesso. Decisi di tornare al mio villaggio per non dover essere sola quando sarebbe nato il mio bambino, mia madre fu felice di riaccogliermi in casa; stranamente non mi sembrava cambiato nulla da quando me n’ero andata, tranne mia sorella che si era sposata e adesso abitava in una casa tutta sua sempre nel villaggio. Passarono altri tre mesi durante i quali cambiarono molte cose, pareva che la guerra fosse arrivata fino al nostro paese e quindi i militari dovevano piantare le tende da noi. Adesso del nostro villaggio non resta più quasi nulla, casa mia è stata distrutta durante un bombardamento, noi eravamo nel rifugio sotterrano e mentre sentivo i fischi delle esplosioni, mio figlio veniva alla luce; uno dei tanti figli che non conosceranno mai loro padre. Penso spesso a mio marito, mi manca tutto di lui e so che non lo rivedrò mai più, spero che mio figlio assomiglierà a lui, ogni tanto mi scopro a piangere senza rendermene conto ma cerco di non darlo a vedere, la mia famiglia ha bisogno di me e io per anni sono stata felice: ora tocca a me prendermi cura di loro.
Forse c’è ancora una speranza, ieri è arrivata una lettera che diceva che una nave ci sarebbe venuta a prendere per portarci in salvo, hanno detto che sarebbe arrivata entro tre giorni.
Non so se arriverà, ma volevo raccontare la mia storia a qualcuno, la vita è talmente breve che spesso solo alla sua fine ci accorgiamo che avremmo voluto fare tante cose ma abbiamo sempre rimandato, spero tanto che tu, straniero, possa in questo modo ricordarti di me e delle persone di cui ho parlato in questa mia ultima e disperata lettera.
Con affetto
Helena
Finendo di leggere, pensò che aveva sperato in qualcosa di meglio, una mappa del tesoro magari; poi non gli erano mai piaciuto quel genere di storia. Buttò la lettera in acqua e se ne andò stanco di quella monotonia; dietro di lui il foglio galleggiò ancora qualche attimo, l’inchiostro iniziò a sbiadire.

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