Mine vaganti

di Giulietta de Luca

Diretto da Ferzan Ozpetek  e con attori quali Riccardo Scamarcio,  Nicole Grimaudo e Alessandro Preziosi nel ruolo di protagonisti, Mine Vaganti è una commedia italiana che tratta la tematica dell’omosessualità.
Ambientata in Puglia, racconta le vicende di Tommaso, giovane scrittore (molto) in erba, che decide di rivelare alla famiglia di essere omosessuale per essere cacciato dall’azienda paterna e poter finalmente recidere i contatti con i parenti.
Quando giunge il fatidico momento, però, è il fratello Antonio, figlio modello e fiore all’occhiello del padre, a confessare il proprio essere gay, venendo quindi esiliato dalla casa d’origine.
Così Tommaso è costretto a tacere e a iniziare a lavorare in fabbrica al posto del fratello.
E’ proprio nella suddetta fabbrica che incontrerà Alba, giovane donna singolare e problematica, che s’innamorerà perdutamente –non ricambiata- di lui.
Alla vicenda del giovane scrittore si intreccia quella dell’anziana nonna diabetica, di cui numerosi flashback fanno comprendere il triste passato: da giovane viene costretta a sposare il fratello dell’uomo che in realtà ama e che amerà per tutta la vita, dovendosi così rassegnare ad un destino senza speranze né sogni.
Un film particolare, non c’è che dire, reso elegantemente comico dalla presenza di Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci e Daniele Pecci.
Alcune note però stonavano.
Sarà forse che l’Italia sta cercando di raggiungere il livello di emancipazione degli USA?
Può essere, perché in questo film troviamo uno dei rari baci gay del cinema italiano, di cui tra l’altro è lo stesso Scamarcio ad essere protagonista.
Forse però non siamo ancora pronti a prendere posto accanto agli Stati Uniti, visto che la comparsa degli amici di Tommaso, che inscenavano un balletto sexy  in riva al mare, era un filino troppo da telefilm americano e non aveva molto a che fare con lo stile della commedia, anche se alla fine è stata nientemeno che la scena più apprezzata dal pubblico in sala.
Siamo sulla buona strada, senza dubbio.
Un po’ di italianità però rimane sempre: nemmeno Ozpetek è riuscito ad evitare il pezzo in cui il povero omosessuale incompreso tenta di “redimersi” baciando senza un apparente motivo la collega innamorata.
Grazie al cielo -avevo giurato a me stessa che altrimenti mi sarei fatta rimborsare il biglietto- Tommaso capisce che l’unico e vero amore della sua vita è Marco e lascia al suo destino la sfortunata Alba, il cui avvenire sarà, se possibile, ancor peggio di quello della nonna, che ci tiene comunque a commentare:“Gli amori impossibili sono quelli che durano più a lungo.”, rincuorando ben poco la povera giovane.
Continuando a parlare della nonna, assai esagerato il cliché della signora anziana e saggia che capisce tutto al volo e che ha scoperto il significato della vita quando i suoi coetanei giocavano con le bambole e i soldatini.
Un tantino banale anche il suo modo di farla finita, ovvero imbellettarsi e rimpinzarsi di dolci, per poi venire trovata deceduta sul suo letto con un sorriso al rossetto e al cioccolato stampato sul volto.
Decisamente apprezzabile il finale, dove il presente e il passato s’incontrano al ballo nuziale di quest’ultimo e la gioia regna sovrana, anche se viene piuttosto naturale domandarsi:“Ma la povera Alba che fine farà?”
In ogni film c’è un interrogativo senza risposta, no?
Ammirabile l’interpretazione di Scamarcio, che non potrebbe essere più diverso dallo Step di Tre Metri Sopra il Cielo e che si mostra per l’attore che in realtà è.
Leggermente meno buona quella di Preziosi, che nel film ha più che altro lo scopo di mettere in mostra il suo fascino da bel tenebroso di Elisa di Rivombrosa.
Magnifici, a mio parere, i flashback sulla giovinezza della nonna (interpretata da Carolina Crescentini nella young version e da Ilaria Occhini nel resto del film), brevi e struggenti al punto giusto, in cui era possibile captare le devastanti emozioni della donna.
Azzeccatissime le musiche e decisamente buona l’ambientazione.
Una commedia che tratta una tematica delicata in maniera forse non troppo profonda, ma che può comunque segnare una piccola svolta nel cinema italiano.
Insomma, un film da vedere e giudicare, in cui non mancano l’ironia e quelle sobrie note di comicità che contraddistinguono una buon lungometraggio italiano dalle troppo commerciali e, soprattutto, troppo frequenti commedie demenziali per cui stiamo diventando celebri.

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