Lotta alla mafia

di Tommaso Pirfo

Morte, dolore, oppressione, angoscia, illegalità, ingiustizia. Speranza, unione, libertà, giustizia, ribellione, forza di volontà.
Dovessimo spiegare in maniera semplice a un bambino cos’è la Mafia e cos’è la Lotta Antimafia forse ricorreremmo a termini di questo tipo, che da un lato richiamano all’oppressione e alla sofferenza e dall’altro incitano alla ribellione e alla difesa della libertà.
Nel 1861, anno della nascita dell’Unità d’Italia,  fa la sua comparsa  l’organizzazione criminale chiamata Mafia e quel movimento che ad essa si oppone definito Antimafia. La Mafia presente sulle cronache giornalistiche è soltanto il braccio militare che fa capo alla gigantesca associazione, l’esecutivo che si occupa di eliminare chi la combatte e chi si oppone. Quella parte di Mafia che si occupò di far saltare in aria i giudici Falcone e Borsellino rispettivamente il 23 maggio e il 9 luglio 1992, che armò la mano di Giuliano nella strage di Portella della Ginestra nel 1947 e che uccise Giuseppe Di Matteo, figlio di un mafioso pentito che apparteneva al clan dei corleonesi, strangolandolo e sciogliendolo poi nell’acido. Parliamo di uomini abituati ad uccidere, uomini definiti “d’onore” ma che di virtù e valori non hanno nulla, più simili a bestie nella crudeltà e nella spietatezza delle loro azioni. Colui che ebbe il compito di uccidere Falcone e il piccolo Giuseppe si chiamava Giovanni Brusca, chiamato “u verru”(il porco),  e fu reggente del clan dei corleonesi dopo l’arresto del boss Totò Riina. Dopo essere stato arrestato nel 1996 decise di collaborare con la giustizia e tra le sue numerose dichiarazioni questa è la più impressionante:
« Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.  »
La lotta Antimafia prende le parti di chi subisce i soprusi e le violenze della Mafia: l’obiettivo è quello di rendere coscienti i cittadini che è possibile ribellarsi a un tale sistema, chi è morto perché ha avuto il coraggio di combatterla era sicuramente convinto che fosse possibile sconfiggerla ed è nostro dovere non farci piegare e onorare la loro memoria. In questa lotta gioca un ruolo fondamentale l’educazione alla legalità, la quale deve essere attuata nelle scuole per sensibilizzare gli studenti e renderli consapevoli di come la Mafia non sia qualcosa di astratto e lontano bensì una realtà ben radicata nel territorio.
Chi in passato ebbe il coraggio di lottare contro questo sistema sapeva che prima o poi sarebbe stato ucciso. I Borsellino, i Falcone, i Rocco Chinnici e tutte quelle persone comuni che pagarono con la vita la loro lotta non cedettero alle intimidazioni della Mafia perché convinte di ciò per cui combattevano. Fu la paura di chi circondava queste persone, poi uccise, a renderle ancora più sole e vulnerabili. La stessa paura che devia ancora oggi le persone, le rende cieche di fronte all’evidenza e fa sì che esse preferiscano essere sottomesse a voleri altrui piuttosto che difendere la propria libertà. Una paura contro cui noi dobbiamo lottare, perché sono convinto che i giovani, seppur nel loro piccolo, possano fare molto. Parlandone per esempio, ricordando chi si sacrificò in passato, coinvolgendo quante più persone possibile  nella lotta grazie all’entusiasmo e all’energia proprie degli adolescenti, difendendo quelle libertà che spettano a ogni persona in un paese democratico.
Nel viaggio d’istruzione in Sicilia grazie alle testimonianze di Giovanni Impastato e due dei reduci della strage di Portella, della figlia del medico Giaccone abbiamo capito quanto l’apporto dei giovani sia importante nell’impegno contro la Mafia. Ci siamo resi conto di come chi ha combattuto e perso dei cari abbia piena fiducia in noi: spesso si dice che siamo una generazione senza valori, e sapere che persone tali ripongono le speranze di un cambiamento in questi ragazzi dà grande fiducia. Un punto di partenza insomma, per rafforzare la nostra convinzione che questa Mafia può essere davvero sconfitta e dipende soprattutto da noi.

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