Federalismo etico

di Delia San Martino

Due parole minacciose si sono stagliate sulla città a partire dalle nuove elezioni regionali: “federalismo etico”.  I quotidiani fiorivano di commenti sulle manovre delle regioni Piemonte e Veneto di fronte alla distribuzione della pillola abortiva RU 486.
Non bisognerebbe soffermarsi troppo sull’importanza di riconoscere nel presidente della regione l’autorità propria a far valer la legge del governo di stato, necessaria all’unitarietà del paese ma spesso causa della sua frammentarietà, perché una nazione quasi centocinquantenaria alcune regole basilari dovrebbe averle assimilate. Pertanto se riconosciamo che tendere verso il federalismo politico oggi non può che significare un netto svantaggio anche economico rispetto agli stati europei e mondiali, il dibattito è ancora acceso sul piano etico.
Celeberrimo il caso Englaro in cui il padre cercò di fare ricoverare la figlia in regioni diverse a causa dell’autonomia che ciascuna si riservava riguardo al testamento biologico. Non è possibile, per fortuna, impedire un liberalismo etico, come corollario della libertà di pensiero, ma a che punto la libertà individuale diviene di fazione e poi federalistica?  Se è naturale immaginare un insieme di individui come unici e dotati di una personale sensibilità riguardo temi così delicati, è altrettanto accettabile supporre vi siano fazioni di dimensioni considerevoli in perenne guerra etica tra loro, su un territorio legiferato dal medesimo governo?
Ecco che il ritornello “federalismo etico” prende corpo conficcandosi tra le piaghe della repubblica per dividere regioni logisticamente lontane.
Escludere il federalismo etico non significa annullare le individuali sensibilità, ma anzi tutelarle, dal momento che quell’unica legge valida su tutto il territorio garantisce al singolo cittadino di agire secondo coscienza indipendentemente dalla sua regione di appartenenza. Una lotta intra-regionale non può che portare alla lesione della libertà individuale.
E’ stato recentemente suggerito di reinserire il criterio di autoctonia per selezionare gli insegnanti della scuola pubblica, ritenendo in questo modo di preservare i valori locali.  Appare quindi fortemente contraddittorio che nell’epoca di comunicazione istantanea e illimitata, le micro identità regionali si rafforzino al punto di rifiutarsi di essere sintetizzate in un’unica entità.
Porre da parte le nostre differenze e i nostri interessi,  quindi conciliare etiche diverse sotto un’unica bandiera, è stato un passo fondamentale quanto difficoltoso centocinquanta anni fa. Ora è tempo di misurarsi con le nuove conquiste scientifiche e sociali, senza eguagliare progresso a beneficio, ma neanche aggrapparsi al passato isolandosi dal resto.
La RU 486  non verrà somministrata a forza, ma tutelerà  la libertà di scelta garantita dalla legge 194 mai abrogata. Scegliere di non distribuire la pillola abortiva significa invece sostituirsi al cittadino e soprattutto allo stato. Non possiamo permettere che una legge diventi occasione di lotta fra partiti a scapito del cittadino.
Vedere precipitare l’Italia nel più selvaggio federalismo, comporterebbe l’evidente pericolo di degenerare in uno stato in cui non vi sia mai una legge superiore cui adeguarsi.
Rilevante anche il fatto che in Francia e in Inghilterra la pillola tanto discussa è in uso da quasi 20 anni, mentre negli Stati Uniti da 9. La pillola abortiva comporta una scelta dolorosa, che spetta solamente alla donna, su cui lo stato non ha alcuna influenza ed  è per tanto impensabile che la abbia la regione. Le modalità di somministrazione possono essere diverse e diversamente motivate, ma la sua negazione è improponibile anche se usata come danza finale di una campagna elettorale.
La lotta tra fazioni non fa che incrementare un federalismo etico che potrebbe trasformarsi in una situazione politica italiana che ricorda la penisola nel 1300. Per evitare che questo accada è necessario rispettare le deliberazioni statali senza polemiche distruttive, anche laddove riguardino temi complessi e delicati, più che mai bisognosi di una cooperazione nazionale.

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