Alice in Wonderland

di Delia San Martino
“Imagine a place where your mind can escape
 and go far, far away
. This is a time with no history
. Welcome to mystery.” (“welcome to mistery” Plain White Ts).
Quando si tratta di Alice non dovremmo soffermarci tanto sul dove e quando; piuttosto, come direbbe il brucaliffo, sul  da dove e da quando. Quello che ha permesso alla fantasia di Lewis Carroll di sopravvivere nel XXI secolo, riproposta in ogni forma, non sono PincoPanco e PancoPinco, ne’ il geniale cricket della regina di cuori, ma il tè pomeridiano che appartiene alla realtà di partenza.
Trovare assurdo il quotidiano e’ l’elemento imbattibile, sempre attuale, in grado di coinvolgere ogni età e fascia sociale. Le convenzioni, l’etichetta, i debutti in società costituiscono l’anello di collegamento tra le mille versioni di Alice nel paese delle meraviglie. La fuga dal reale accomuna la spiritosa lettura di Aldo Busi con la cupa e surreale visione di Tim Burton.
Il film, dichiaratamente una rivisitazione (in inglese infatti “Almost Alice”), si apre con un rinfresco nella campagna inglese in cui la giovano Alice dev’essere concessa sposa ad un giovane Lord pomposo quanto impacciato. La ragazzina viene  coinvolta in un valzer inarrestabile, tra personaggi come la spietata suocera, monarca assoluta della famiglia, che tra un comando e l’altro si lamenta che siano state piantate rose candide anziché rosse nel suo giardino, e le due cugine assolutamente indistinguibili e prive di ingegno.
Fuggendo dalla spietata realtà, Alice (Mia Wasikowska) precipita nel celeberrimo buco ed entra in un mondo in cui il surreale e’ finalmente giustificato e accettabile. Il più grande rischio corso da Tim Burton e’ di trasformare la storia di Carroll nelle “Cronache di Narnia”, affiancando alla regina di cuori (sublime Helena Bonham carter) una regina bianca (debole Anne Hathaway), e nominando Alice la prescelta per salvare il paese di sottomondo.
La pochezza della trama tuttavia e’ grandemente compensata dalla bravura degli attori, in particolare l’infallibile Johnny Depp, perfetto per dare sfogo ad ogni mania eccentrica.
La fotografia e’ tipicamente Burtoniana, le atmosfere cupe contrassegnate da un grigio perla luminoso, e la sceneggiatura si difende degnamente grazie ad una nota ironica incrollabile. Ma l’aspetto che supera ogni aspettativa sono i costumi di Colleen Atwood (già collaboratrice di Tim Burton in “Sweeny Todd”): in continuo cambiamento, dai colori e tagli splendidi, rappresentano le evoluzioni dell’animo di Alice durante il suo viaggio.
La colonna sonora, sul modello top ten, spazia da Kerli e Avril Lavigne ai Franz Ferdinand, senza però infastidire per la commercialità.
Certo, l’avventura nel paese delle meraviglie calza a pennello al regista portavoce di un rifiuto totale della convenzionalità, e se  disposti a perdonare qualche scivolone fantasy, per 110 minuti verrete viziati da inquadrature ipnotiche  e armoniose.
Avvolti dal buio della sala, in fondo “qua siamo tutti matti”.

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