La bambina dai capelli color rame

di Giulietta De Luca
Io ci sono stata, ad Auschwitz.
Ci sono andata assieme alla classe di mia madre; avevo tredici anni, ero relativamente piccola, eppure l’enormità di quegli orrori mi ha colpita come un’onda devastante. A vederlo così, vuoto, con il terreno coperto di erba e fiori, gli alberi carichi di foglie e privo del caratteristico bianco spettrale conferitogli dalla neve, come ci viene presentato in ogni foto sui giornali, il lager sembrava quasi un luogo innocuo.
E quei fiori, quel cielo azzurro e quegli alberi dalle fronde ombrose davano l’idea di uno scherzo troppo sadico: come si poteva pensare che in quel campo fiorito fossero accaduti quegli avvenimenti tanto mostruosi?
E poi, quando ormai andavamo avanti un po’ sollevati, accompagnati dal cinguettio degli uccelli, ecco comparire una forca, poi un muro su cui erano ancora visibili i fori dei proiettili, che rendevano più tangibile l’assurdità di ciò che ci circondava.
Ricordo ancora perfettamente la visita negli edifici di mattoni rossi: il mucchio di valigie accatastate malamente l’una sull’altra, centinaia e centinaia di scarpe, ormai scolorite dietro l’enorme lastra di vetro, gli abiti da preghiera bianchi e azzurri…
E i capelli.
C’era un ricciolo color rame in cima al mucchio, una ciocca leggermente meno stopposa della massa informe che la circondava e ricordo di aver inspiegabilmente pensato che fosse appartenuta ad una bambina, domandandomi cosa potesse esserle successo.
Cos’è accaduto a quella bambina? E cos’è accaduto a tutti gli altri? Cosa devono aver patito? Sembra impossibile che in un mondo dove si predicano quotidianamente la pace, la bontà e la giustizia sia stato compiuto uno sterminio tale da non poter nemmeno conoscere l’esatto numero delle vittime.
Eppure è successo.
A casa mia, nell’ingresso, c’è una libreria.
E’ un mobile alto e imponente, situato in una delle zone più buie dell’appartamento.
Quando ero piccola, quella libreria mi terrorizzava, l’avevo soprannominata “la libreria degli orrori”, perché i libri in essa contenuti erano tutti sullo stesso tema: la Shoah.
Prima di andare a dormire mi fermavo davanti a quella libreria e  facevo il segno della croce, per poi accarezzare le copertine di tutti i libri che mi spaventavano di più.
Ogni tanto ne tiravo giù qualcuno e lo sfogliavo, senza praticamente capire cosa significasse quello che vi era scritto, fermandomi ad osservare esterrefatta le immagini se ce n’erano o semplicemente fissando le pagine come se da esse avesse potuto uscire ciò che tanto mi terrorizzava.
Adesso quando passo davanti a quella libreria mi sento solamente impotente.
Impotente perché io sono qui, vivo negli agi, posso tranquillamente dirmi felice e non riesco nemmeno lontanamente ad immaginare cos’hanno vissuto tutti coloro che sono stati ridotti da altri uomini come noi, come loro, ad essere considerati solamente un numero. Eppure qual è stata la colpa di quella bambina e di tutti gli altri? Solo nascere nel posto sbagliato al momento sbagliato, anche se questo vorrebbe dire che il posto sbagliato è l’intero mondo.
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

“Se questo è un uomo”, Primo Levi

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  1. I don’t disagree with this blog post

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