Intervista a Fabio Geda

di Giulietta de Luca

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive tuttora. Si occupa di disagio minorile e animazione culturale. Scrive di educazione su La Stampa e su Linus. I due romanzi che ha pubblicato sono Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (2007), che ha riscosso un enorme successo, e L’esatta sequenza dei gesti (2008). Inoltre collabora con la scuola di scrittura Holden, con la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e con il Circolo dei Lettori di Torino.

Perché per parlare d’immigrazione ha scelto il punto di vista di un ragazzino di dodici anni?
A dire il vero non l’ho scelto. Emil – il mio protagonista – mi è stato regalato da un incontro casuale con un ragazzino romeno a cui ho dato un passaggio, nell’autunno del 2005. Durante quei quindici minuti trascorsi in macchina quel ragazzino mi ha raccontato qualcosa della sua storia e, tornato a casa, la sua voce e il suo sguardo erano ancora così presenti dentro di me, che mi sono seduto, ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere quello che poi sarebbe diventato “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”. Si sente spesso dire che non sono tanto gli scrittori a scegliere i personaggi, ma i personaggi a impossessarsi degli scrittori, obbligandoli a raccontare la loro storia. Be’, nel mio caso è andata abbastanza così.
Lei si occupa di disagio minorile. Questo influisce molto sul suo modo di scrivere e sugli argomenti da lei trattati nei suoi romanzi?
Senza dubbio. Se ciò di cui si scrive non appartiene, in qualche modo, alla vita dello scrittore – non tanto i fatti o i luoghi o i personaggi, ma le emozioni, gli strati di vita che si estraggono da quel carotaggio che è “raccontare storie” – è difficile che ciò che si è raccontato bruci sulla pagina a sufficienza da scaldare il cuore e la mente del lettore. La cosa importante è filtrare la propria esperienza personale attraverso una abbondante dose di fantasia, non lasciarle prendere il sopravvento, in modo tale da renderla universale.
In Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani il protagonista ha una grande passione per Tex Willer. è casuale oppure c’è dietro un suo personale amore per questo eroe dei fumetti?
C’è dietro una mia personale passione per i fumetti, e quella di mio padre per Tex. Io, da parte mia, non l’ho mai letto molto (ho sempre preferito le graphic novel, opere come Maus o V per Vendetta o  Marvels, al fumetto seriale) ma quando ho deciso di dare a Emil una sorta di amico immaginario, e ho optato per un eroe dei fumetti, ho subito pensato che lui fosse perfetto. Tex attraversa le frontiere, come Emil. È sempre in viaggio, come Emil. È costretto a difendersi da pericoli improvvisi, come Emil.
Lei ha una “virtual life” molto attiva. Pensa che la scrittura sia in qualche modo collegata ad Internet, blog, social network…?
Parlando di scrittura intesa come narrazione, la risposta è no. Scrivere un blog (e io ho un blog) o dei post su facebook (e chi vuole mi trova su facebook) e scrivere un romanzo sono azioni totalmente diverse. Si incrociano e si contaminano, certo, ma così come la scrittura si lascia contaminare da molto altro. Haruki Murakami, uno dei miei scrittori preferiti, ha dedicato l’ultimo suo libro all’arte della corsa: sostiene che tra il suo andare tutti i giorni a correre e il suo scrivere ci siano molti punti di contatto.  Erri De Luca immagino potrebbe dire lo stesso del camminare in montagna.
Lei collabora con la Scuola Holden, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura  e il Circolo dei Lettori di Torino: pensa quindi che si possa diffondere la pratica della scrittura?
Credo che prima di tutto bisognerebbe diffondere la pratica delle lettura. Poi – solo dopo – della scrittura. E questo facciamo alla Holden, al Circolo dei Lettori, e al Salone del Libro. Si parla di libri da leggere, non da scrivere. Se poi, tornato a casa, a qualcuno viene voglia di scrivere, be’, credo che sia possibile per lui andare a bottega, per cercare di imparare qualcosa da chi ne sa di più. Esattamente come, nel Rinascimento, si andava a bottega dai maestri pittori e scultori.
Ci può svelare almeno uno dei trucchi del suo mestiere?
Anche più di uno. La perseveranza, anzitutto. Per scrivere bisogna essere perseveranti e pazienti. Non arrendersi, anche quando la storia sembra arenata. Scrivere un romanzo può voler dire lavorare sulle stesse pagine per mesi, anche anni. Non bisogna avere fretta. E poi la precisione. Per scrivere un romanzo bisogna essere precisi. Scegliere le parole giuste, e non fermarsi alle prime che ci vengono in mente. Scegliere gli snodi narrativi, i luoghi, i personaggi migliori. E pensarci a lungo, dando loro il tempo di crescere dentro di noi. Ah, dimenticavo: passione e curiosità – ecco altri due ingredienti fondamentali. Uscire per strada, visitare mostre, parlare con la gente, andare al cinema, prendere un tè con i nonni, sentire la musica, praticare uno sport. Insomma, cose così. Tipo: amare la vita. Se è di vita, che si vuole scrivere.

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