Intervista a Dario Voltolini

di Giulietta de Luca

Dario Voltolini nasce a Torino nel 1959. Assieme ad altri scrittori ha dato vita ai due blog Nazione Indiana e Il primo amore. Collabora all’inserto Tutto Libri de “La Stampa” e insegna alla Scuola Holden.
Alcune delle sue opere più celebri : Una intuizione metropolitana (Bollati Boringhieri, 1990), Rincorse (Einaudi, 1994), Primaverile (Feltrinelli, 2001), Il tempo della luce (Effigie, 2005) e Fabio (Manni, 2008).

Nello scrivere per lei sono più importanti le forbici o la penna? Cioè, lei scrive e poi corregge tagliando in gran parte, oppure salva quasi tutto ciò che scrive?
Per me è più importante la penna. Ma apprezzo moltissimo il lavoro che altri riescono a fare con le forbici. Io mi sono reso conto che non sono tanto capace di modificare i testi che scrivo. Quando ci provo, peggioro la situazione! Sarà che sono più portato per i testi brevi, che prima “scrivo” nella mia testa, tra me e me, e poi riverso sulla pagina. Un po’ così: o la va o la spacca. Mi è capitato di non riuscire a modificare in meglio delle cose che ho scritto, e quindi sono stato costretto a buttarle via in blocco. Più che le forbici mi serve, in questi casi, la ramazza!
Lei ha fatto parte di alcuni collettivi di scrittori e poi di riviste letterarie. La sua scrittura si colloca quindi in un progetto collettivo?
No, la mia scrittura non si colloca in una poetica collettiva. La scrittura è esclusivamente di proprietà dell’autore, nel senso che tutto il processo creativo, dalla prima idea che ti balugina in testa fino alla responsabilità di firmare il testo finale, è una questione personale, anzi personalissima. Però, così facendo, succede che si incontrano nel cammino altri autori che la pensano allo stesso modo e con loro viene spontaneo fare delle attività culturali (e anche gastronomiche, ci tengo a dire…). Io ho e ho avuto la fortuna di incontrare molti scrittori con cui condividere molte convinzioni profonde, e con loro ho dato vita a due blog: Nazione Indiana e poi Il primo amore. Il progetto culturale è comune, ma si basa proprio sulla condivisione dell’idea che il lavoro e la libertà di chi scrive sono valori primari. Certo, quando leggo scrittori che amo molto e ho la fortuna di frequentare anche di persona va da sé che la mia stessa scrittura ne risulti influenzata, arricchita, messa in crisi e così via. Ma ciascuno di noi, di fronte alla pagina che scrive, è e deve essere lasciato il più possibile indisturbato. Quando poi il testo è scritto, allora cominciano i dolori! Perché rispetto al proprio testo occorre essere aperti alle critiche più severe. Con ciò non voglio assolutamente sminuire il lavoro di chi scrive in gruppo, o in coppia, come i Wu Ming adesso e un tempo Fruttero e Lucentini, per fare due esempi importanti. Anzi, sono esempi imprescindibili.
Alcuni suoi libri sono dedicati a Torino; che importanza ha per lei?
Fondamentale. Perché il mio primo libro è nato proprio da riflessioni che andavo facendo per conto mio sul concetto e sull’immagine della metropoli, e il modello attraverso cui riflettevo mi proveniva, per motivi biografici, dalla mia città. E il primo libro in qualche misura ti segna definitivamente, anche se poi ti dedichi a tutt’altro.
La forma che le è più congeniale: il racconto lungo, quello breve o il romanzo?
In prima battuta direi: il racconto breve. Ma ultimamente vedo che il fascino di narrazioni più ampie mi sta prendendo, e quindi sto cercando di lavorare in quella direzione, che sebbene non mi venga spontanea, mi attira e mi incuriosisce. Mi rendo conto per esempio che amo leggere romanzi molto lunghi, ampi, vasti, come 2666 di Roberto Bolaño o come i fantastici e strepitosi Canti del caos, di Antonio Moresco. Ne sento il fascino, vedo che ci sono cose che si possono fare solo dilatando la scrittura il più possibile. Cose che il racconto breve proprio non può catturare. Magari scoprirò che la mia propensione al racconto breve non era altro che una forma di pigrizia travestita da poetica
Tra le sue esperienze c’è anche l’insegnamento della scrittura: si può quindi insegnare ad essere uno scrittore?
A “essere uno scrittore” non lo so. Alla fine, che cosa è poi “uno scrittore”? Non saprei bene come definirlo. Ne conosco molti, e ciascuno fa storia a sé. E d’altra parte, ciascuno fa storia a sé in generale. Invece so che si può, con l’insegnamento, aiutare a migliorare la propria scrittura, a riflettere sui suoi percorsi, e così via. A evitare errori, a essere più sicuri, ma anche più umili. Sono tutte cose importanti per chi scrive e il confronto con gli altri fa un gran bene. L’insegnamento è una forma di confronto, più strutturata di altre, ma fondamentalmente di confronto. Tutta la mia esperienza didattica, per quel che vale, si basa sul confronto e sulla discussione dei testi. Faccio un esempio: non credo che esista, né che possa esistere, una teoria o anche solo delle ricette per scrivere dei buoni dialoghi. Però so che di fronte a un dialogo che ha dei difetti è possibile, utile e facile, studiare i motivi per cui questi difetti sono presenti e correggerli. In altre parole, non so dirti come fare un buon dialogo, ma so dirti dove, e probabilmente perché, un dialogo che hai scritto non funziona.
Uno dei suoi libri è dedicato al ragno Fabio. Chi è per lei Fabio?
Può darsi che lo scrittore senta una misteriosa affinità con i ragni, dopotutto anche lui tesse tele e trame sperando di catturare qualcosa di nutriente! Per me Fabio è proprio… Fabio! Quel racconto racconta una storia che mi è davvero capitata. Per cui quel ragno è proprio lui, non è una metafora, è proprio un individuo della specie Tegenaria Parietina, che ho trovato su un muro di casa un giorno, anni fa.
Ci può svelare almeno uno dei trucchi del suo mestiere?
Andare in giro e essere curiosi.

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