Giustizialismo: il contrario della giustizia

di Giovanni Scomparin

Rimini. Uomo sorpreso dai carabinieri a molestare dodicenne: arrestato ed in attesa di processo. La notizia in breve tempo si diffonde sui social network, in primis Facebook. Fioccano i commenti: da “Pena di morte al pedofilo” a “Tagliate le palle a quel porco”, per proseguire con “…andrebbe finito il lavoro: ammazzarlo!” e “In isolamento tutta la vita e castrato!”. Perché? Qual è il motivo di tali commenti? “La rabbia” si potrebbe pensare. Ma ne siamo veramente sicuri? “L’indignazione”, magari; certo, non quella che ti fa agire per cambiare le cose, ma quella che ti permette di sentirti in pace con te stesso per cinque minuti e poi…puf! Tutto cade nel dimenticatoio.
La verità è che molti, troppi, traggono sempre più piacere dall’idea dell’individuo sul quale scagliarsi pubblicamente senza remore (“tanto è uno schifoso pedofilo” recita un altro commento); emarginare l’appestato non è mai difficile, anzi, è un quasi metodo per guadagnarsi l’apprezzamento di tutti, senza difficoltà. Più difficile, ovviamente, è ragionare a sangue freddo, pensare due volte prima di esprimersi.
L’episodio citato, purtroppo, non è un caso limite. Quante volte i telegiornali riportano di tentati (o riusciti) linciaggi a danni di pirati della strada, stupratori appena arrestati e così via? Quante volte l’opinione pubblica si arroga il diritto di stabilire chi sia colpevole e chi no, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, pur non conoscendo i retroscena di situazioni difficili, lontane dalla nostra tranquilla esistenza?
Appena un anno fa, a Torino un campo rom veniva distrutto da una folla inferocita con spranghe e bombe carta. Il motivo? Una presunta violenza sessuale, rivelatasi poi un rapporto consensuale, da parte di un cittadino rumeno ai danni di una sedicenne.
Ottima maniera per risolvere il problema, no? In quel caso, come quasi sempre, un ruolo fondamentale fu giocato dall’ignoranza, dallo spirito del branco e dall’inebriante violenza dell’ “agire tutti insieme”, dall’idea di far qualcosa di utile, magari giusto, per la comunità.
Ma, in una società che si ritiene tanto avanzata, la legge del taglione (“occhio per occhio, dente per dente”), dovrebbe apparirci quantomeno primitiva, eppure, talvolta, pare ritornare in auge.
Altrettanto degno di biasimo, però, è un altro tipo di linciaggio, o accanimento, ovvero quello mediatico: più subdolo ma altrettanto efficace. Il concetto di “mostro sbattuto in prima pagina” (o in prima serata, è uguale) non è considerato ingiusto, anzi, è divenuto “socialmente accettabile”
Ne è un esempio ogni caso di cronaca nera che, puntualmente, è accompagnato dall’intervista tendenziosa a quello “che crede di aver visto” o “che pensa di aver sentito”, al vicino che molto spesso “sapeva che qualcosa non andava” e così via. Di questo passo il rischio è che non ci si renda più conto di quale sia il confine tra i fatti reali e la speculazione, tra ciò che è realmente successo e ciò che immaginiamo sia accaduto.
Chi commette un crimine dovrà certamente essere punito, ma da un tribunale, non da una folla inferocita né da un telegiornale affamato di audience.

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